La ormai vecchia questione sul fatto che si debba considerare il ritocco delle immagini al computer come una manipolazione indebita della realtà è uno dei temi sui quali mi capita di parlare più spesso quando si tratta di fotografia digitale. L’approccio a quest’argomento è spesso tanto ideologico quanto ingenuo: “se ritocco le foto poi non sono più reali”.
Io rimango convinto che un’immagine fotografica non sia la realtà ma solo una sua intepretazione. Non ci sono limiti a questa intepretazione e presto si rientra in un discorso fatto di gusti personali, di stili e temi estetici alla moda. Inoltre la convinzione che quando si fotografa a pellicola non si interviene in fase di stampa è una bufala leggendaria. Tutti i più grandi fotografi e fotografe hanno fatto ricorso a grandi lavori di ridefinizione dell’immagine in camera oscura con ciò che oggi si ama definire “post-produzione”: cito ad esempio un articolo corredato da immagini che spiega il modo di lavorare in camera oscura di WIlliam Eugene Smith.
Ho conosciuto grandi fotografi e fotografe che non hanno messo mai piede in una camera oscura ma che si sono affidate a degli stampatori professionisti per interpretare al meglio i loro negativi. Insomma, davvero non credo che si debba fare una guerra di religione su quest’argomento. Ciò che importa realmente è che un’immagine trasmetta delle sensazioni, delle emozioni. In quest’epoca iper-tecnologica e piena di attrezzi con i quali “guarda, ci si può fare questo! ci si può fare quell’altro!” è senz’altro l’aspetto più sottostimato di tutto il processo che porta alla realizzazione di un’immagine fotografica.
(la foto qui a sinistra è scattata con un cellulare. A sinistra l’originale, a destra l’elaborazione per come l’avevo in mente al momento dello scatto. Avrò modo di affrontare anche il tema “foto con cellulari e simili” prima o poi).
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